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La sensibilità poetica di Lucrezio
Esercizio critico
Paolo Alviti
La sensibilità poetica di Lucrezio
In Lucrezio l’universo antico trova una delle persone più grandi, nella quale i larghi concepimenti filosofici si frammischiano esattamente alla mirabile maestria poetica, dietro cui s’apprende uno spirito di raffinata intelligenza e di superiore sensibilità. Coglie il poeta tutta la dolorosa crudezza della vicenda degli uomini, e la sua essenza fondamentalmente tragica, e se n’addoglia amaramente. Adunque, Lucrezio, che, stando alle scarsissime nozioni che si hanno sopra al conto suo, pare che sia un’anima ferocemente invero tormentata dal dolore esistenziale e che viva in un tremendo stato di angoscia e di delirio, onde, disposto alla vittoria sulla sofferenza che gli pregna il cuore, si rivolge allo studio della scienza epicurea, in cui pare che dimostri un atteggiamento di sicura fede nella ragione e speri il discoprimento della via di liberazione dagli affanni che orribilmente lo corrodono. Ma non succede affatto la soluzione del male che s’apprende alla sensibilissima anima del poeta, il quale, pur conservando ruggente la fede nella possanza della sapienza di Epicuro di salvare gli uomini dalla loro condizione oscura, non si affranca dalla sofferenza esistenziale, e non giunge cioè l’atarassia, l’assenza di turbamento che il sistema epicureo fa collimar col piacere, quello moderato e non mai estremo, ossia colla felicità.
Questo pesante dissidio che si consuma nell’interiorità di Lucrezio si riflette fortissimo sul poema, nel quale, quand’anche si svolgono gli elogi della persona di Epicuro, ritratto negli eroici abiti di salvatore dell’umanità, e delle sue razionali convinzioni sulla felicità, restano le fondamenta irrazionali dell’angoscia della vita: l’adesione filosofica e razionale di Lucrezio all’epicureismo è convinta e rigorosa, ma non toglie al poeta le semenze profonde del dolore. In un luogo del De rerum natura, tal aspro contrasto s’evince ben bene: Lucrezio fa la celebrazione della imperturbabile felicità del filosofo, raggiunta attraverso al dettame epicureo d’allontanamento dalle passioni distruttive e dal tumulto terreno e di sereno godimento dei piaceri naturali, ma, anziché inserir tanti elementi che fanno ascoltare la quieta pace che il saggio vive, insiste, quasi ossessivamente, con termini che rimandano ai patimenti angosciosi delle umane genti, alle loro vane preoccupazioni, alle loro ansie meno fondate; e accade che, benché forse intenzione dell’autore fosse dare al passaggio la distaccata ironia propria d’un pacato giudizio del saggio, si mostra totalmente l’inquietudine di Lucrezio, il quale, malgrado sia sinceramente convinto dei principi epicurei, patisce ancora l’ambasciosa sofferenza e la vulnerabile fragilità proprie della umana condizione e non riesce a risolverle.
Dalle elaborazioni di Epicuro Lucrezio riprende la convinzione che i principali germi dell’infelicità degli uomini stiano nella paura della morte e in quella degli dèi. Nel poema la paura della morte è disquisita nel III libro, ma ha notevolissima rilevanza insino alla fine. Fedelissimo al maestro, Lucrezio presenta una concezione rigidamente materialistica della morte: ogni individuo si compone di anima e corpo, entrambi formati da tante particelle materiali, che s’aggregano alla nascita e si disgregano alla morte; l’individuo v’è soltanto nel momento compreso fra nascita e morte, e così non riguarda l’individuo ciò ch’era prima della sua nascita né ciò che sarà dopo la sua morte; e quindi formando in altro modo un vigoroso e noto motto epicureo, si dice il principio nil igitur mors est ad nos, che involve l’assurdità della paura della morte.
Eppure, non sfuma l’angoscioso terrore di morire nella tormentata anima di Lucrezio, che paventa tremendamente il nulla e l’ignoto che alla morte s’accompagnano. Nello spirito del poeta resta il profondo sentimento di orrore per la miseria dello stato degli uomini, esseri limitatissimi, costretti a una condizione di funesta precarietà, il quale sentimento si mescola con uno strano turbamento di nichilistico entusiasmo rispetto alla morte medesima, che si intende come inevitabile necessità della vicenda umana, evento che, consegnando l’uomo al nulla eterno, lo solleva dagli affanni che gli impregnano l’anima e lo affranca dalle vacue occupazioni che gli empiono le giornate terrene. L’intendimento didascalico di mostrare agli uomini la via per abbattere, con la logica rigorosa della scienza epicurea, la tenebrosa paura di morire finisce così per assumere un rilievo di second’ordine, mentre torreggiano imperiosi sulla scena poetica l’inquietudine angosciosa e irrisolta rispetto alla finitezza della vita umana, la mesta celebrazione dell’eterna vittoria della morte sulla miseranda meschinità degli uomini, la rampogna potente e fortissimamente partecipata verso tutti quanti non assumono serenamente la necessità della morte e ancora s’agganciano morbosi alla vanità dell’esistenza terrena.
La trattazione della morte non riguarda le pene ultramondane, ma si costruisce sul significato della morte in sé medesima, come momento che conduce l’uomo al nulla e che lo pone avanti al più misterioso ignoto. Eppure, si nota che almeno in un punto del poema compaiono i famosi penitenti della tradizione mitica: è presentato Tantalo, che, avendo rubato agli olimpici nettare e ambrosia, è punito con un masso sospeso sopra alla testa; si cita Tizio, che, avendo violentato Latona, genitrice con Zeus di Artemide e di Apollo, è costretto a farsi divorare per l’eternità il fegato dagli avvoltoi; è menzionato Sisifo, che, avendo rivelato il rapporto fra Zeus e la bella ninfa Egina, è condannato a spingere fin sulla cime di un monte un masso, che, raggiunta la vetta, sempre rotola giù; sono ricordate le Danaidi, che, avendo ucciso i rispettivi mariti, sono obbligate a tentare invano di empire d’acqua delle anfore rotte. E compaiono pure il Tartaro, il luogo delle punizioni infernali presso le civiltà greca e romana, e Cerbero, il terribile cane a tre teste che sorveglia il regno dell’oltretomba, e le Furie, le figure demoniache che vendicano i delitti tra consanguinei. Lucrezio estima assurda la possibilità della sussistenza dell’anima dopo la morte e più folle ancora ritiene la possibilità di pene ultraterrene, considerandole frutto della infantile superstizione religiosa, contro cui, come si vedrà, si pone con accanita energia. La figurazione di personaggi delle storie mitologiche ha pretta funzione simbolica, coi penitenti che ritraggono la vanità delle cose terrene e gli affanni dell’anima umana: Tantalo, sommesso a un’immotivata paura per il masso, è simbolo di chi teme gli dèi; Tizio, lacerato dagli uccelli, è simbolo di chi si lascia divorar dalle passioni più estreme; Sisifo, che invano porta il masso sopra al monte, è simbolo di chi si fa dominare dalle vote ambizioni politiche; le Danaidi, che provano a colmar le loro anfore, sono simbolo di chi non sazia mai l’incontenibile sua avidità. Invece, il Tartaro e gli aguzzini infernali sono simbolo del senso di colpa dell’uomo pelle crudeltà commesse, le quali non già discoprono punizione nelle pene ultramondane, ma invece nel doloroso, struggente rimorso d’aver compiuto il male, un fiero patimento tutto interno e proprio all’anima umana.
Il grande respiro lucreziano allarga la riflessione sulla morte dall’uomo a tutte le cose che esistono: ogni corpo nasce mediante l’aggregazione della materia che lo compone e con la disgregazione della stessa muore. Ruggisce potente in Lucrezio perciò un presagio apocalittico, l’escatologico terrore della fine, che il poeta si convince sia estremamente prossima, vedendo ovunque i segni della imminenza della catastrofe. Codesta inquieta angoscia che si sente nei versi lucreziani piglia caratteri di potente dramma in certi punti del poema, in cui s’incarna in alcuna immagini di forte vigore, come quella dei bambini ai quali giuocando pare che cada addosso il mondo.
Nel disegno concettuale del poema lucreziano acquista notevolissima rilevanza anche la questione della paura degli dèi, posta dal poeta, ben memore dell’insegnamento di Epicuro, accanto alla paura della morte, come seme dell’angoscia dell’anima umana. L’atteggiamento di Lucrezio nei riguardi della religione tradizionale prende la forma di lotta focosa e accanita, nella sicura convinzione che altro non sia la religio se non mera superstizione puerile che s’insinua nell’anima, destando il vuoto terrore dell’ostilità dei celesti e della durezza di inesistenti pene oltramondane e spingendo gli uomini alle più brutali empietà, perpetrate nella persuasione di compiere il giusto. Inoltre, la religione smarrisce la mente dell’uomo nella ricerca del vero, la massima occupazione che compete all’umane genti, la somma occupazione propriamente umana, giacché svolta per mezzo della ragione. E attraverso la ragione si deve annientare la superstizione religiosa, riassumendo il tracciato di Epicuro, esasperato, fino alle supreme conseguenze, nella tensione distruttiva dello spirito iroso, tormentato, geniale di Lucrezio.
Nel I libro del poema si legge un vigoroso elogio alla figura di Epicuro, dipinto quale sommo eroe che per primo osò levare il capo contro al giogo della religione, schiacciando la superstizione con la forza possente della ragione e conducendo l’uomo verso la liberazione dalla inquietudine dell’esistenza. Appena dopo che si conclude la celebrazione del filosofo greco, Lucrezio racconta con tono dolente e drammatico la storia di Ifigenia, la giovane e pura figlia di Agamennone, ch’è sacrificata dal padre, consigliato dall’indovino Calcante, che suggerisce che Artemide, irata col sovrano di Micene, altrimenti non lascerà partire verso Troia la flotta achea, ferma in Aulide perché non più spirano i venti. Agamennone inganna la figlia, che giunge in Aulide persuasa che sposerà il valoroso Achille. Solo quando è condotta agli altari si accorge, rotta dal più nero terrore e collassando disperata sulle ginocchia, che non si farà felice matrimonio alcuno e che l’attende d’esser immolata dal padre e dai suoi ministri, che tentando di nasconderle il ferro col qual debbono occiderla, mentre gli uomini consapevoli versano lagrime dolorose, osservando tristi e impotenti il sacrifizio di quell’innocente fanciulla. Colla storia d’Ifigenia il patetismo lucreziano raggiunge vibrazioni di cupa commozione, le quali, mescolando il proprio effetto con quello della tenerezza della ragazza, della tragicità della sua sorte e dell’inumana brutalità dell’immolazione, fa ben capir la critica feroce di Lucrezio alla religio, che non solo fa l’uomo inquieto e angosciato, ma lo degrada a bestia in grado delle efferatezze più vili. Si conchiude la narrazione d’Ifigenia con una frase secca e infinitamente struggente: Tantum religio potuit suadere malorum.
Irride Lucrezio le dottrine provvidenziali che circolano nella Roma dei suoi tempi, ritenendo folle e ridicolo considerare la esistenza di una benevola forza ordinatrice del mondo, date le ingiuste sofferenze che dovunque s’osservano; ripresa dalla fisica epicurea, la visione del mondo lucreziana pone le sue radici in un rigido materialismo meccanicistico: tutto accade per movimenti di atomi, esattamente descritti dalle leggi meccaniche; gli atomi compongono tutta la materia e si muovono nel vuoto, formando aggregazioni casuali, che sussistono quando si raggiunge un preciso equilibrio di moti e di urti, il quale, tuttavia, finisce per alterarsi fino a sparire, per ragione degli atomi che si muovono fuori dagli aggregati atomici. Accanto alle premesse materialistiche d’ispirazione evidentemente epicurea, Lucrezio compie vastissime riflessioni sopra al problema della natura, senza quasi mai definire una chiara posizione sua sulla materia. In Lucrezio v’è una tensione a personificare la natura e un’interrogazione perpetua sul suo rapporto colle sue creature, che giunge a risoluzioni a poco a poco sempre più amaramente pessimistiche: nei due libri iniziali è celebrata la natura per la sua fierissima potenza vitale; questa concezione regge ancora nel quinto libro, ma la benevolenza della natura ora perde il connotato presente e unicamente pare che debba manifestarsi nella amena allegrezza passata; il sesto libro, con la tremenda descrizione della peste d’Atene, mostra una natura ch’è leopardianamente divenuta matrigna crudele, insensibile alle umane infelicità e indifferente alle sorti dei mortali. Secondo una maniera gradata e sempre più focosa e tesa, s’informa dunque nel poema quella concezione che l’uomo non sia se non se un piccolissimo elemento del tutto, un insignificante corpuscolo, il quale, come tutte le cose, sta soggetto alle leggi universali e rigidissime della meccanica, secondo le quali tutto nasce e muore, in un ciclo eterno ed ineluttabile di sorgimento e di distruzione.
Il dipinto della natura si compie anche serenamente, ma solo quando le visioni che si propongono non riguardano il mondo umano. Domina l’ameno, luminoso, vitale senso d’idillio certe rappresentazioni più pacifiche della natura, placidamente popolata dagl’uccelli che cantano e dai fiori sbocciati, dalle acque fresche e dalle greggi mansuete e tranquille; la rappresentazione della natura piglia note veramente tenere e pietose solo quando Lucrezio entro all’ambiente naturale dipinge con sorriso sereno e dolcissimo la vita innocente degli animali, creature pure e incontaminate, tutte perse nell’illusione della loro propria allegria. Accanto alle candide raffigurazioni della natura, che certamente complicano il problema, appaiono anche nel poema ben diverse suggestioni, che hanno posizione chiaramente preminente e distruggono i sospetti che potevano sorgere sulle sincere, profondissime convinzioni del poeta: gli elementi di selvaggia potenza e di furia catastrofica, le ampiezze spaziali vastissime e protese all’infinito, la vitalità poetica e drammatica delle cose inanimate, cinte dall’aura possente aura metaforica; in tutti queste grandiose, terribili visioni, si vede evidente il senso di disturbato turbamento che impregna il cuore di Lucrezio dinnanzi alla immensità dell’universo, che suscita un sgomento di vigore estremo e cosmico, sospeso fra la meraviglia per la fiera, smisurata potenza della natura e l’orrore impaurito per la coscienza della infima misera umana in raffronto alla enormità immensurabile del tutto. È in un questo sgomentato miscuglio di voluptas e horror che alberga il seme della religiosità degli uomini, che, contemplando sbigottiti e impotenti le forze tremende del cielo e della terra, non sanno altrimenti chiosarsele se non in una attribuzione divina.
E se la natura si concepisce nella sua infinita, spaventosa potenza, l’uomo è detto nella miseranda, cieca, debole, vile e orribilmente infelice sua condizione di essere limitatissimo e finito. Sono contrastanti i sentimenti del poeta verso una umanità tanto miserabile: egli ne deride spietatamente la ignoranza vuota e superbissima, ma insieme ne mostra un potente senso di pietà, commiserando gli uomini, oppressi dalla forza inossidabile della natura; ma non guarda Lucrezio soltanto l’umanità col supremo sguardo terzo che dovrebbe essere quello del filosofo, ché egli partecipa come uomo direttamente a tutto il dolore della vita umana. Questa partecipazione personale rende ancora più urgente il problema della indicazione alla umanità della via per la felicità, e cioè la rappresentazione artistica della scienza epicurea, che promette d’abbattere tutti gli affanni che inquietano l’anima umana; è la partecipazione assoluta del cuore del poeta alla materia filosofica che ne dilata la portata e la rende umana ed esistenziale, che non limita il poema a sterile scienza e invece lo innalza a vera poesia.
Ora, s’è vero che fine di Lucrezio sia la indicazione della via per la felicità promessa dalla filosofia di Epicuro, è pur anche vero che più che sul ritratto della serenità del saggio Lucrezio insiste su quella del dolore che domina la vicenda umana. Questo fatto non s’intenda spiegarlo coll’idea di un Lucrezio poeta altero che si rivolge sprezzante alla massa volgare che non sa assumersi il messaggio epicureo e così venire alla atarassia. Ma non s’intenda neppure che egli avanzi un ideale filosofico e umano democratico, perché, com’è verosimile, seguendo fedelmente la dottrina di Epicuro, Lucrezio concepisce la cerchia che leggerà il poema alquanto stretta, secondo canoni fortemente elitari e aristocratici. Sennonché, codesta già stretta cerchia ideale di lettori deve ristringersi ancora maggiormente, fino alle sue supreme conseguenze, fino a comprendere il solo poeta, quasi che Lucrezio rivolga le esortazioni epicuree alla felicità a sé stesso. Ora, si capisce che la oscura inquietudine che tutto il poema permea deve derivare da questa assoluta centralità del cuore tormentato di Lucrezio, che, lunge dal cuore sereno e distaccato del saggio, disposto pur anche alla disincantata ironia verso le miserie umane, non può conoscere altra poesia che una poesia di disperata ossessione e di delirio allucinato, nell’ambito della amarezza esistenziale e cosmica che forse neppure con la salvifica dottrina epicurea può l’uomo realizzare l’affrancamento dai suoi mali.
Alla fine del libro III, Lucrezio pone la spiegazione della essenza fondamentale dell’infelicità degli uomini, che si apprende con un sapore assai vicino alla sensibilità romantica e che sarà proprio di scrittori successivi, fra quali primamente deve estimarsi Seneca. Ebbene, nessuno conosce per vero le origini della sua infelicità: l’uomo desidera qualcosa che non capisce bene che sia e vive dunque nel dolore angoscioso dell’insaziabile desiderio di alcunché di soddisfacente; quando lo smanioso inseguimento piena di affanno e di ansia dell’oggetto del desiderio si compie, afferrata la cosa tanto agognata, l’uomo ne capisca la vana nullità e non trarne godimento alcuno; di qui sorge il tedio, senso di delusissima indolenza e di abulia. Le umane aspirazioni sono tutte vane, prive di consistenza e di valore, non mai in grado di fare giungere alla felicità e anzi contribuendo all’aggravamento dei fatali mali dell’uomo: nulla può annullare l’alternanza di dolore e tedio. L’ottimismo tipico della filosofia epicurea, che giura all’uomo la liberazione della angoscia esistenziale, pare sfumare e lasciare il luogo a un pessimismo dalla dimensione cosmica, universale, senza più speranze.
Lucrezio, nella sua struggente angoscia esistenziale, pensa, aderendo ai convincimenti di Epicuro, che nel cammino verso la atarassia occorra coltivare unicamente i piacere naturali necessari, stornandosi dall’azione distruttrice delle passioni estreme. Qui s’innesta in Lucrezio il problema dell’amore, che, forse per una delusione sentimentale, il poeta estima una pulsione dannosa, che allontana terribilmente l’uomo dalla possibilità d’una vita serena. Sennonché, sempre attenendosi alla prescrizione del maestro Epicuro, egli non nega il valore della pratica dei piaceri del sesso, che, se goduti nella giusta misura, legittimamente si debbono ritenere piaceri naturali; tuttavia, poiché non esiste una certissima separazione fra il desiderio sessuale e la passione amorosa, il rischio che Lucrezio osserva è che la voluttà più carnale può trasformarsi facilmente in un sentimento d’amore, con conseguenti gravi danni alla felicità dell’individuo, che sarebbe vinto dalla brama smaniosa e interminabile del possesso della persona amata: in tal cosa consiste il nefasto tormento d’amore, che porta l’uomo alla mestizia, alla rabbia, alla disperazione. Ecco che il poeta propone un atteggiamento di coercizione anche del desiderio sessuale e di repulsione fisica della donna, pur di non cader vittima del travolgimento sentimentale.
Non meno fertili e meno robuste sono le riflessioni in materia sociale presenti nel poema. Lucrezio mostra ancora una visione drammatica e cupa, certissimo della belluina fierezza dell’uomo rispetto al suo prossimo. Soltanto la legge, posta dalla volontà dei cittadini di togliersi dai meccanismi della violenza bruta e prevaricatrice, può moderare gli impulsi feroci della natura umana. In questo momento, si espone anche il problema morale, che Lucrezio non può ridurre al semplice concetto del nomós, la legge positiva, istituita dall’uomo ai fini utilitari della convivenza, e la estende invece a dìke, la giustizia universale, quella espressa dalla legge naturale: in un luogo del V libro, si esprime sul senso di colpa, che lacera quanti hanno commesso il male e ne han coscienza, anche s’è nascosta la propria efferatezza agli dèi e agli altri uomini. Ma nonostante l’idea che esista un senso universale di giustizia, Lucrezio non può non ammettere che sia propria dell’indole umana una fosca ispirazione prevaricatrice, che piglia sovente certi connotati di grave bestialità, com’è mostrato nelle disturbate rappresentazioni dei corpi straziati dei nemici lasciati sul campo di battagli ad esser divorati dalle belve selvagge o delle lotte tumultuose e sanguinarie consumate attorno ai cadaveri degli appestati.
Si conchiude il poema attraverso alla descrizione drammatica della peste di Atene del V secolo, il momento dei massimi fasti della civiltà attica, mentre regge la città l’autorità di Pericle, il quale, dopo aver condotto la p?lis al vertice della ricchezza e della potenza, anche perisce, vittima dell’epidemia. La peste è descritta in termini tremendi, densi dell’estremo patetismo col quale s’esaurisce magnamente la sofferenza umana di cui tutto il poema è pregno; il quale estremo patetismo si tinge di colori veramente oscuri allor che s’appesantisce del terribile ritratto dei sintomi fisici e psicologici dei malati, degli atteggiamenti carichi di disperato dolore dei loro cari, dell’abbandono delle ultime regole della convivenza civile, delle scene di disgusto macabro, come quella penosa dei cumuli dei corpi dei padri ammucchiati insieme con quelli dei figli. Sarebbe alquanto superficiale ritenere tuttavia che la funzione poetica della peste si dissolva soltanto nello sgomento teatrale. Intanto, la malattia consente al poeta la dimostrazione inequivocabile delle varie dottrine ottimistiche e provvidenziali: all’apice della sua felicità storica, Atene è costretta dalle forze d’una natura onnipossente e insensibile alla peste, alla distruzione, alla morte. Inoltre, rappresentando immagini di barbarica violenza, come quella delle risse intorno ai cadaveri degl’appestati, accade nell’ultimo ritratto del poema un’ultima, potentissima affermazione supremazia della ragione sullo scatenato abbandono alla passione, fonte di tutte le più gravi miserie e di tutti i mali più dolorosi che può essere vinta soltanto colla epicurea felicità del saggio, imperturbabile alle avversità e alle angosce della vita umana; ma sarebbe pure ingenuo considerare che dunque Lucrezio risolverebbe il tumulto del suo cuore infelice, rispetto al quale anzi ormai evidentemente, come dimostra il tremendo espediente letterario della peste ateniese, si dispone secondo la più nera forma della disperazione, sospesa fra l’aspirazione alla serenità promessa dalla scienza epicurea e la impossibilità reale di raggiungerla.
Ora, davanti alla brutale teatralità dell’epidemia, naturalmente la mente torna al I libro, nella quale era compiuta la celebrazione di Venere e della sua forza genitrice di vita: principiava il poema colla serena presentazione della nascita; ora si chiude colla violenza rappresentazione della morte. Sembra giustamente che il poema, come tutte le cose, sia soggetto alle leggi universali di nascita e di morte: tutto nasce e tutto muore; nulla può restare fuori dal ciclo di aggregazione e di disgregazione, nemmeno la poesia. La tragedia della vita umana è ormai chiarissima: capita la sventura della nascita, poi si soffre, e infine si torna al nulla. Il pessimismo di Lucrezio è totale e cosmico, e più poetico che filosofico, più umano che scientifico, con la sua fede razionale nella sapienza epicurea che si frammischia all’orrore ineliminabile della inquietudine, della angoscia, della disperazione e infine della follia delirante, accanto alle quali purtuttavia mai scompare un desiderio stanco ma vivacissimo d’una vita finalmente pacificata e felice. In lui non v’è diseguaglianza fra il sentimento poetico e il sentimento umano, che si sovrappongono esattamente, tanto che, così come conclude tragicamente il poema con scurissime scene di morte, tragicamente conclude la vita col suicidio, estremo e dignitoso gesto d’un genio che altrimenti non seppe liberarsi dal dolore.
Paolo Alviti, dicembre del '25
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