![]() |
Litterature |
Note sul Machiavelli
Esercizio critico
Paolo Alviti
Note sul Machiavelli
Col Machiavelli la cultura umanistico-rinascimentale affonda le sue radici nella riflessione politica, che, abbandonate ogni astratta speculazione religiosa e ogni idealizzante impostazione etica, assume quel rigore logico ch’è proprio delle scienze. Non significhi ciò che il Machiavelli sia il primo a farsi interprete dei problemi dello Stato, ma solo ch'egli è il primo che attribuisce allo studio della politica una autonomia piena e nuovissima nella vita intellettuale, svincolandola dal piano della moralità e della religione. Con lui accade una prammatica interrogazione sulla categoria dell’utile, ch’è ben bene distinta da quelle del buono e del giusto, che non riguardano il vivere politico e la conduzione dello Stato. Ed egli, mostrando esplicita coscienza della forza rinnovatrice del suo grande respiro, scrive nel Principe che in “molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero” e che invece, giacché il proposito suo è “scrivere cosa utile a chi la intende”, gli pare “più conveniente andare dietro la verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa”.
Il Machiavelli non è letterato né tanto meno filosofo astratto, che compone col suo ingegno vasti sistemi concettuali, dandogli forme coerenti ed organiche, con la precisione ineccepibile delle più proprie opere di scienza. E tuttavia, impera potentissima sulla sua produzione una logica ch’è rigorosissima e che egli fonda sopra alla osservazione empirica della realtà; il Machiavelli è un uomo del Rinascimento, onde dev’avere assimilato il nuovo sentimento della vita e le nuove concezioni delle cose, ed è un uomo di vita pratica che s’è messo personalmente negli affari politici della sua Firenze. È necessario adunque che non possano avere cittadinanza nel suo mondo ideologico quelle massime assiomatiche che pare che debbano contenere un valore generale e ideale, pur anche senza esser state oggettivamente derivate e razionalmente riflettute. Se figurano principi che tuono vibranti, col vigore perentorio delle sentenze scientifiche, sempre tali principi son formulati secondo una incrollabile disciplina, la quale s’appoggia sull’inchiesta precisa ed attenta della realtà concreta. E assume valore rilevantissimo nella sua metodologia scientifica l’esperienza, che s’intende almeno secondo due accezioni speciali: in certi momenti, pare ch’egli ragioni dell’esperienza diretta, che s’accumula nella vicenda secolare di politico e di cittadino e che, come s’intende estimandone la storia biografica, al Machiavelli appartiene; in altri punti, esperienza significa osservazione e studio delle cose storiche, attività nella quale il Machiavelli pur anche si dispone abbondantemente, in special maniera attraverso alle letture appassionatissime dei testi degli storiografi latini. In ogni modo, esperienza, già col nostro Machiavelli, significa quella osservazione diretta delle cose sensibili, che avrà quella grande fortuna presso tanta parte del pensiero scientifico e filosofico del Cinquecento e del Seicento, e sino al Settecento illuministico e kantiano.
Ora, dall’idea dell’importanza dell’esperienza storica, ossia della meticolosa conoscenza di quant’è accaduto all’umanità dei secoli trascorsi, discende una concezione di ben più grande respiro, la quale può ritenersi, per qualche verso, opposta ai convincimenti del Guicciardini, tutto rinchiuso nel suo particolare; e infatti, se s’ammette che lo studio della vicenda passata si rende utile ai fini della comprensione degl’anni presenti e ai fini della organizzazione d’una teoria e d’una pratica politiche, s’è affermata pur anche quella convinzione che sia possibile una filosofia della storia, ovvero uno studio universale sulle cose della storia, e ancor più specialmente che possano assegnarsi al comportamento umano certi meccanismi che restano invariati nel tempo, eterni e necessari. Le vicissitudini e gl’atteggiamenti della umanità son visti attraverso ad una visione naturalistica: essi non già mutano nel tempo, ma nella loro sostanza fondamentale sempre si conservano. Di qui l’importanza della formulazione di leggi universali che chiosino l’uomo e la essenza della sua natura sociale e politica, nonché la rilevanza cruciale del testo antico rispetto alla spiegazione del mondo attuale.
E questa legge universale sulla quale il Machiavelli realizza la fondazione della sua filosofia politica è intrisa d’un pessimismo amaro e spoglio e consiste in una visione antropologia crudissima; essa ricorda quei pensieri dell’Hobbes sulla natura prevaricatrice degli uomini e si riassume ben bene nell’antico motto plautino homo homini lupus. L’uomo è creatura ontologicamente malvagia, vile ed egoista, mossa solamente dall’interesse materiale e personale, giammai dalla nobilità dell’ideale o del sentimento. Questa verità dalle tinte oscure è pronunziata non già con arbitrio, ma colla forza dell’evidenza storica e politica delle volontà prevaricatrici degli uomini rispetto ai propri simili e del loro assolutissimo egoismo; e colla certezza d’una esperienza personalmente vissuta…
E se l’uomo è per natura una creatura maligna, il principe, che deve reggere una società malvagia e che deve raffrontarsi con uomini malvagi, dev’esser in grado di levarsi la natura umana, ch’è idealmente quella della nobile virtù e del benevolo sentimento, per addossarsi le vesti della belva, facendo la rinunzia delle buone costumanze morali e della giustizia. Se gli uomini fossero buoni, allora pure anche il principe dovrebbe esserlo; ma perché gl’uomini non lo sono, il principe deve non indugiare sulla bontà, ma piegarsi alle leggi spietati e brutali che invero regolano l’umano comportamento. Non tutti debbono tuttavia fare codesta gravissima rinunzia, la rinunzia della legge morale e della giustizia, ed anzi dovrebbero sempre gli uomini comuni comportarsi benignamente rispetto al prossimo loro; il principe però possiede più grandi e più alte responsabilità, poiché dalla sua azione dipende non soltanto il destino proprio, ma specialmente quello dello Stato, onde non può permettersi di tentare la bontà e la giustizia e deve invece agire scegliendo il cinismo spregiudicato, nella cognizione della crudeltà maligna dell’animo umano. Ma il fine del principe dev’essere sempre il supremo bene dello Stato, nel perseguimento del quale si deve sapere informare alle dure occorrenze della vita politica, stornandosi dalle regole etiche ideali e facendosi anche bestia selvaggia, intelligenza ingannevole, forza prevaricatrice. È potente l’immagine che il Machiavelli medesimo delinea: la figura di Chirone, famoso centauro, che avrebbe istruito i principi antichi, tra cui anche il grand’Achille; quella creatura, mezza uomo e mezza bestia, dev’essere pigliata come incorporazione dell’ideale altissimo del principe machiavelliano. Ed è adunque il ritratto il personaggio del grand’uomo politico, del principe, che si pone il fine supremo del bene comune, della conservazione dello stato, della protezione dell’ordine sociale e civile, e che, acciocché realizzi questi suoi scopi tanto superiori, possiede il diritto e il dovere alla abdicazione dai principi della moralità, adergendosi a una dimensione ch’è ormai quasi al di là del bene e del male e pigliando ad agire nella più risoluta spregiudicatezza e calpestando pure barbaramente la dignità di chi più o meno scientemente si pone d’impedimento alla realizzazione dei suoi fini. E così s’è compiuto anche quel grande affrancamento della dimensione reale, che s’esperimenta coi sensi e che diviene in una concretezza materiale e storica, dalla astrazione ideale, pomo di purissime e vuote teorizzazioni: il risorto Umanesimo sa imporre nuovamente e con nuovo vigore la distinzione irresolubile del mondo dell’uomo e della terra dal mondo del cielo e del divino.
Di qui però discende quella triste fama nera che aleggia attorno alla figura del Machiavelli, al quale s’imputano la presentazione di un modello di principe tutto proteso all’inganno maligno, alla perversione astuta, alla spregiudicata spietatezza, nonché il ripudio di tutte quelle buone virtù che la tradizione sempre aveva considerato irrunciabili. Il disprezzo verso il Machiavelli, tuttavia, pare privo di solide giustificazioni e invece dettato da assai superficiale lettura delle opere sue: intanto, in quanto egli non mai mostra alcuna simpatia verso la crudeltà immorale, poiché essa rimane sul terreno dell’etica intollerabile e può accettarsi amaramente soltanto allorquando la compie il principe, il quale deve pigliar coscienza di muoversi in una realtà non affatto amorevole e giusta, ma iniqua e prevaricatrice e spietatissima; e poi perché la immoralità che può essere ammessa nell’azione del principe, dell’uomo politico alla suprema direzione dello Stato, si subordina sempre alla necessità che abbia come fine il principe il bene comune, quello della conservazione dell’ordine civile e della legge, e che sarebbe null’altro che un meschino tiranno, se piegasse la sua tempra cinica e immorale all’interesse suo proprio. Soltanto il principe, non il tiranno, può ricever giustificazione dal Machiavelli; l’utile non costituisce medesima categoria del giusto, ma mai deve essere utile individuale e sempre deve essere invece utile collettivo. In qualche maniera, il Machiavelli parrebbe concepire alcuna forma arcaica della più moderna teoria etica utilitaristica; ma forse tanta affermazione è ardita.
Un altro argomento che certa critica condusse contro al Machiavelli, scrittore impregnato di cinico e impietoso prammatismo, sarebbe nel suo gusto della potenza affermata del principe, nel compiacimento che trarrebbe dalla malignità umana e dalla ammirazione verso agli uomini di costituzione eroica che san pigliare la fortuna e ingannare le folle, rivolgendo la sorte alla affermazione suprema della propria autorità e della propria volontà. Certamente, dev’esserci in qualche luogo del Machiavelli anche alcun sentimento d’autentica ammirazione verso alle spiritualità di principi terribili e onnipossenti; basti ragionar del fascino del quale s’infiamma davanti allo spirito di forte, rinascimentale fierezza del duca Valentino. Codesta cosa, che forse ai commentatori che gli sono più vicini nel tempo può apparir riprovevole, dal lettore moderno può esser meglio compresa, quasi concependosi quest’uomo del Cinquecento come un filosofo nicciano venuto secoli prima della parabola distruttrice di Nietzsche medesimo, come una intelligenza che s’è presa la funzione d’abbattere le antiche convinzioni morali e metafisiche, che più non s’illude e più non intende temere la verità attorno alla vera, maligna natura degl’uomini. Sennonché, certe interpretazioni arrischiano di porre col nostro arbitrio il Machiavelli ideologicamente troppo più avanti di quanto invero non sappia stare; egli rimane un uomo del Cinquecento, il quale, se deve avere avuto, condizionato dalla novelle idee e dalla novella sensibilità del Rinascimento terreno e laico, certe pulsioni che appaiono già novecentesche, si serba in una cultura di pietà cristiana, onde, al di là delle speculazioni filosofiche, le quali naturalmente finiscono colla affermazione del perseguimento principesco dell’utile, ma senza mai saper negare davvero la superiore necessità dei giusti fini, non può non mettersi rispetto alla sua scoperta, prima biografica che scientifica, della crudeltà prevaricatrice ed egoistica degli uomini con un sentimento di amaro turbamento e di attristato sgomento, tal che il suo desiderio non potrebbe non essere che quello d’un mondo non già di grand’uomini dominatori, ma sempre quello di fratelli giusti che amano il prossimo. La sua disposizione rispetto alla volontà malevola degl’individui non è di serena accettazione della necessità, ma pessimistica, e non poco infelice…
Dacché “nel mondo non è se non vulgo”, “chi dispone una repubblica” deve concepire “tutti gli uomini rei” e tener conto “della malignità dell’animo loro”, la quale si manifesterà “qualunque volta che ne abbiano libera occasione”. Gli uomini sono deboli, corrotti, egoisti, crudeli, e il Machiavelli lo capisce, e se ne duole. E però, l’atteggiamento suo non si limita alla stoica accettazione del male, il suo pessimismo non si configura quale pacata rassegnazione, ma invece piglia un tenace e insieme disperato fervore eroico. Il Machiavelli non consiglia abbattuto la inerzia abulica, ma esorta all’agire energico, industrioso, virile: se gl’uomini non sono che una massa di corrotti e di crudeli, almeno possono alzarsi dalla turba deforme ed ignava certi individui possenti, grandiosi, muniti di quella virtù ch’è miscuglio di sagacia e intraprendenza, di astuzia e operosità, e che consente di piegare la durissima realtà ai propri intendimenti. La virtù attorno alla quale ragiona il Machiavelli non è più quella moraleggiante e cristiana che si concepivano i medioevali, ma l’idea rinascimentale e pagana della virtù, quella dell’uomo che, rigenerato nella sua alta dignità terrena, s’afferma potente e prepotente e sottomette l’andare della sorte; è la virtù del politico, che rapido, deciso, fermo, acuto s’oppone al capriccio della fortuna, una forza ormai pienamente laica, che opera immanente nella realtà, secondo logiche assolutamente accidentali, non più provvidenziali, ma con una poderosissima e pericolosa potenza. E l’uomo può lottare contro alla fortuna e può anche riuscirne vincitore, rinvigorito dal suo nuovo valore, figlio del nuovo spirito umanistico, franco dalle vecchie promesse oltremondane e dalle indarne speculazioni moralistiche: l’uomo nuovo è quello che si conduce affermando la sua dignità, e dominando il divenire e il volgo, attraverso alla sua intelligenza superiore e visionaria, la quale consente la libera ed energica esaltazione della propria persona e della propria potenza, in un mondo ormai terreno ed umanissimo. Nel mondo del Machiavelli è scomparsa qualunque divina onnipotenza, e tutto si compie in un eterno e irresolubile combattimento fra virtù e fortuna, fra l’uomo e tutto quanto s’oppone alla sua elevazione. In tali colori più accesi e più vivi, in cui s’attempa il pessimismo antropologico del Machiavelli, albergano quelle feconde e complicate spinte del suo cuore inquieto, nel quale, mentre nella mante sembra istituirsi un certo ordine d’idee e di pensieri, benché non ben rallacciato in una sistematicità rigorosissima, rimangono talune lacerazioni e talune contraddizioni che ne fanno veramente saporita l’opera letteraria e ne dimostrano la profondissima spiritualità d’uomo.
Il Machiavelli distrugge quanto rimane dell’ascetismo medioevale, ma insieme nel suo animo sono ancora conservati diversi elementi d’una sensibilità cristianeggiante. Grande parte del suo pensiero si deve esaurire nel terreno della devastazione delle antiche illusioni, ma in molte parti egli non sa far la proposta vera d’una struttura concettuale nuova e ne stende soltanto le fondamenta, suffragandosi così più uomo e più poeta che scienziato, nonostante la sua naturale disposizione scientifica ed empirica alle cose. Forse acciecato dall’aspra vicenda di vita, deriva una visione tragicamente pessimistica del mondo e degl’uomini, ma nella sua amarezza pare che talora non sappia allargare la dimensione dell’utile alla interrogazione sul giusto e sul buono, che quasi rimangono esclusi dal suo sistema di pensiero con una rigidezza perentoria che si frammischia con una stanchezza d’avanti alle vuote discussioni idealizzanti e soprattutto anche con un certo disincanto, con una certa acutissima disillusione delle possibilità reali della bontà umana. Abbatte il vetusto, ormai inadatto legame che s’era fissato fra la politica e la morale, ma non sa proporre un nuovo, vero rapporto fra l’utile e il giusto: s’è vero che dice che politica e morale e religione sono cose differenti, è pur vero che dice che il principe deve agire pel bene supremo dello Stato e che altrimenti non è principe, ma tiranno; ovvero nega gli antichi rapporti fra politica e morale, ma non nega completamente la necessità di codesti rapporti, che tuttavia rimangono alquanto vaghi ed indefiniti. La sua potenza, che in un primo momento, anche giustamente peraltro, si potrebbe vedere nella sua scientificità rigorosa, diviene verissima sul piano del cuore, del suo cuore sensibile e delle sue aspirazioni contrastanti, sì tanto che debbono avere forte condizionamento sulle idee della mente; la sua forza sta quasi più nella sua poesia, cioè in quella sua disposizione poetica che deve colorarne la prosa scientifica, che rischiererebbe altrimenti aridità, di sapori vivi ed umani.
Nell’ultimo capitolo del Principe l’altissimo senso della repubblica e il doveroso impegno dei singoli cittadini di affossare l’interesse particolare per esaltare quello collettivo sono massimamente celebrati dai toni di sofferta passione e di vigorosa drammaticità di un solenne e commosso inno all’Italia; è qui che si trova il vertice della poesia del Machiavelli. Egli quivi si toglie le vesti dello scienziato politico ed indossa i panni del letterato, per scolpir sulla carta una appassionata esortazione al popolo italiano, ché resista con salda tenacia e fiera virtù nell’attesa d’una figura messianica, un principe nuovo, in grado di porsi alla testa di uno Stato vasto e forte, annullando le discordie, sottomettendo le volontà dei signori minori, liberando l’Italia dal dominio straniero! Ai tempi del Machiavelli, ove l’Italia era umiliata dalle invasioni delle potenze estere e dalla loro potestà ferrea ed opprimente, non era che utopia un grande regno uno, solido e coeso, corretto dalla virtù d’un monarca autorevole e industre. Senonché, dopo infinite peripezie e varie sciagure, storicamente s’è compiuta la vaticinata unità! E così, attraverso alle ultime pagine del suo capolavoro, che poi son poeticamente le più gustose, il Machiavelli s’è conquistato un luogo ancor più speciale nella storia della nazione.
Paolo Alviti, novembre del '25.
![]() |
![]() |
![]() |